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                           CLASSIFICAZIONE

 

I disturbi sessuali femminili possono schematicamente essere raggruppati in situazioni che comportano una compromissione del piacere (disturbi del desiderio, dell’eccitazione, dell’orgasmo) e situazioni che comportano la presenza di dolore. Esistono dei modelli culturali di dolore genitale con cui la donna si confronta fin dalla più tenera età e che possono in un certo senso condizionare l’aspettativa della comparsa di un dolore in quell’area del proprio corpo. Tra di essi si possono ricordare il dolore legato al parto, la dismenorrea, il dolore legato al primo rapporto sessuale, situazioni che nei racconti espressi dagli adulti e dai coetanei di riferimento della giovane donna in crescita sono spesso enfatizzate, se non addirittura glorificate

Nel corso degli ultimi anni si è cominciato ad affrontare con più attenzione le problematiche cliniche riferite alla sessualità femminile. La classificazione delle disfunzioni sessuali femminili si è così rapidamente evoluta e, mentre in passato il riferimento era costituito fondamentalmente dal DSM IV, abbiamo assistito recentemente alla costituzione di due consensus conference che hanno prodotto dei corrispettivi lavori di revisione dell’inquadramento diagnostico, la prima nel 2001 e la seconda nel 2003.

In merito alla categoria dei disturbi da dolore sessuale (Sexual Pain Disorders – SPD) la prima consensus conference del 2001 ha introdotto, rispetto al DSM IV e all’ICD 10:

1)      il disturbo da dolore sessuale non coitale,

2)      il concetto di necessaria presenza di stress personale legato alla disfunzione,

3)      la distinzione eziologica (organica, psicogena, mista e sconosciuta).

La seconda consensus conference del 2003 ha purtroppo e incredibilmente eliminato i disturbi da dolore sessuale non coitale togliendo di fatto a donne omosessuali o dedite all’autoerotismo il diritto di veder classificato il loro problema (nelle situazioni di vulvodinia, stimolazioni orali e manuali dei genitali provocano spesso dolore). Ha inoltre eliminato il concetto di contrazione muscolare nel vaginismo perché non supportato da evidenza scientifica. Quest’ultima classificazione ha anche introdotto quattro livelli di stress emotivo legato alla disfunzione (assente, lieve, moderato, grave) e tolto la voce ‘sconosciuta’ dall’item della causalità.

L’eliminazione dell’elemento “contrazione muscolare” nel vaginismo perché non supportato da evidenza scientifica apre senza dubbio molte perplessità; in primis perché è dato certo che ciascun operatore attivo clinicamente nel settore disfunzionale della sessualità femminile abbia sviluppato la coscienza di questa contrazione dei muscoli perineali nei casi di vaginismo tramite l’utilizzo dell’esame obiettivo. Tale contrazione può talvolta essere presente e non consentire l’introduzione di un dito per tutta la durata della visita, oppure essere risolvibile con una adeguata rassicurazione e con la creazione di un clima tranquillizzante per la donna. In altri casi la contrazione può essere situazionale, così da consentire la visita ginecologica con l’introduzione di uno speculum vaginale, ma da rendere impossibile la penetrazione durante il tentativo di coito.  Sono le stesse pazienti che talvolta riferiscono di percepire l’irrigidimento della loro muscolatura nel momento in cui prevedono il tentativo di coito, allo stesso modo in cui certi uomini riferiscono di perdere l’erezione solo al momento in cui si accingono alla penetrazione. Per oggettivare la contrazione e dimostrarne la differenza rispetto a donne sane si dovrebbe utilizzare la sonda di un elettromiografo o di un perineometro.  Come farlo quando la contrattura non è risolvibile clinicamente? Come farlo quando il problema è situazionale? In tal senso l’eliminazione dello spasmo muscolare nel vaginismo ha indiscutibilmente poco buon senso, pur rispettando l’evidence based medicine.

 

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